Ci sono due club in Inghilterra che, a torto o a ragione, sono considerati i custodi della tradizione del bel gioco. Quelli che non possono vincere sporco perchè tradirebbe il proprio essere, andrebbe contro i propri principi e la propria storia. Uno è il West Ham, The Academy of Football, soprannome nato durante gli anni di Ted Fenton e Ron Grenwood, quando per ovviare alle scarse risorse economiche si cercò di puntare tutto sui giovani. La consacrazione fu la finale della Coppa del Mondo del 1966 con i tre principali protagonisti della vittoria, Bobby Moore, Martin Peters e Geoff Hurst, tutti “usciti” dal leggendario Café Cassettari Club (dal nome del Cafè adiacente il Boleyn Ground dove i piú giovani si riunivano per discutere di calcio con professionisti piú illuminati come Malcom Allison).
L’altro è il Tottenham Hotspur. The Tottenham Way è qualcosa che è diventato sinonimo di vittoria attraverso il bel gioco e questo almeno da quando l’immortale capitano degli Spurs dei primi anni 60 Danny Blanchflower rispose così al giornalista Hunter Davies nel suo libro capolavoro The Glory Game: ‘The great fallacy is that the game is first and foremost about winning. It’s nothing of the kind. The game is about glory. It’s about doing things in style, with a flourish, about going out and beating the other lot, not waiting for them to die of boredom.’
Purtroppo per i tifosi degli Spurs, gli ultimi 50 anni sono stati avari sia di successi che di bel gioco se si escludono alcuni scorci di stagione sotto Terry Venables, Martin Jol and Harry Redknapp. Negli anni il Tottenham è diventato quasi un caso disperato, con i tifosi, soprattutto degli altri club di Londra, Arsenal in testa, ad infierire sul loro presunto stile e sul loro ruolo di perenni underachievers.
Eppure qualcosa è cambiato. Mentre tutta la stampa si concentra sulla crisi del ManU e del Chelsea, mentre molti si imbambolano a guardare il miracolo Leicester come se fosse la prima volta che nella top division inglese si registra una sorpresa di questo tipo, e altri guardano il Watford targato Pozzo a cui l’Udinese fa ormai da squadra satellite, in pochi sottolineano, per ora, il lavoro che sta facendo Mauricio Pochettino nel nord est di Londra. Basta dare un’occhiata alla tabella qui sotto per avere un’idea:
| Player | Date of Birth | Pos. | Country | Games Played | Age |
| Kane, Harry | 28/07/93 | F | Eng | 20 | 22 |
| Alderweireld, Toby | 02/03/89 | D | Bel | 20 | 26 |
| Vertonghen, Jan | 24/04/87 | D | Bel | 20 | 28 |
| Dier, Eric | 15/01/94 | D | Eng | 19 | 22 |
| Walker, Kyle | 28/05/90 | D | Eng | 19 | 25 |
| Lloris, Hugo | 26/12/86 | GK | Fra | 19 | 29 |
| Dele Alli | 11/04/96 | M | Eng | 18 | 19 |
| Lamela, Erik | 04/03/92 | M | Arg | 18 | 23 |
| Eriksen, Christian | 14/02/92 | M | Den | 17 | 23 |
| Dembélé, Mousa | 16/07/87 | M | Bel | 15 | 28 |
| Chadli, Nacer | 02/08/89 | M | Bel | 14 | 26 |
| Son Heung-Min | 08/07/92 | F | S.Kor | 12 | 23 |
| Davies, Ben | 24/04/93 | D | Wal | 11 | 22 |
| Carroll, Tom | 28/05/92 | M | Eng | 10 | 23 |
| Mason, Ryan | 13/06/91 | M | Eng | 10 | 24 |
| Rose, Danny | 02/07/90 | D | Eng | 10 | 25 |
| N’Jie, Clinton | 15/08/93 | M | Cam | 7 | 22 |
| Josh Onomah | 27/04/97 | M | Eng | 4 | 18 |
| Bentaleb, Nabil | 24/11/94 | M | Alg | 4 | 21 |
| Townsend, Andros | 16/07/91 | M | Eng | 3 | 24 |
| Trippier, Kieran | 19/09/90 | D | Eng | 2 | 25 |
| Pritchard, Alex | 03/05/93 | M | Eng | 1 | 22 |
| Vorm, Michel | 20/10/83 | GK | Hol | 1 | 32 |
| Winks, Harry | 02/02/96 | M | Eng | 0 | 19 |
| Wimmer, Kevin | 15/11/92 | D | Den | 0 | 23 |
| Fazio, Federico | 17/03/87 | D | Arg | 0 | 28 |
L’età media dei giocatori fin qui utilizzati/convocati non arriva a 24 anni. Se si escludono i due portieri non arriva a 23.5. Quasi la metà sono inglesi, 12, con età media, per fortuna di Roy Hodgson e dei suoi successori, poco superiore a 22. Non tutti finiranno in nazionale? Forse ma intanto Kane, Walker, Townsend, Dier, Mason e Alli hanno già giocato con la maglia di quella maggiore, Rose, Pritchard, Trippier e Carroll con l’U21, Onomah e Winks con l‘U19.
Non è merito di Pochettino si dice, ma degli scout e dei responsabili del settore giovanile visto che l’argentino è soltanto alla sua seconda stagione alla guida del club di White Hart Lane. Però è stato lui a credere in questi giovani, è stato lui a rifiutare il blocchetto degli assegni come unico modo per assemblare una formazione vincente, costruire una rosa competitiva. È lui che rischia ogni volta che li manda in campo. È stato lui a rivitalizzare giocatori portati al the Lane da Franco Baldini e troppo presto considerati dei fallimenti come Chadli e Lamela. E non dovrebbe sorprendere, visto quanto di buono aveva già fatto con il Southampton in precedenza tanto da convincere Daniel Levy a strapparlo ai Saints vincendo la concorrenza di altre società importanti. Solo il tempo dirà se sarà un successo ma al momento quello tra Pochettino e il Tottenham sembra un matrimonio perfetto. Contratto di cinque anni per cercare di creare e non solamente di comprare: un club dalla grande tradizione da una parte, un manager ambizioso con idee ben precise dall’altra uniti dalla convinzione che the game is about glory. It’s about doing things in style.
Vedere quest’anno giocare il Tottenham, black out come la partita interna contro il Newcastle a parte, vuol dire di solito vedere un bel calcio. Veloce, spavaldo e fresco come l’età di chi lo produce, fatto di passaggi rapidi e verticali, senza trope palle lunghe, con scambi e movimenti che danno un’idea di voglia di fare, di imporsi, di non nascondersi perchè il calcio “is about going out and beating the other lot, not waiting for them to die of boredom”.
Questa è di nuovo la Tottenham Way, the Pochettino Way, forse. Bentornati Spurs.